Perché abbiamo smesso di disegnare a sei anni e cosa succede se ricominciamo
di Danilo, socio e partecipante ai laboratori di Arte A4
Esiste un momento preciso in cui smettiamo di creare.
Non è graduale. Non è una scelta consapevole. Semplicemente, a un certo punto – intorno ai sei anni – sostituiamo le matite colorate con penne nere. I fogli bianchi con righe e quadretti. La libertà espressiva con regole grammaticali.
Smettiamo di creare e iniziamo a studiare.
Da quel momento, l'azione artistica – disegnare, colorare, riempire uno spazio bianco con originalità – viene relegata al passato. Qualcosa che facevamo da piccoli. Qualcosa che non serve più.
L'arte diventa Storia dell'Arte: nomi, date, correnti, opere da guardare nei musei. Si vede, ma non si tocca. E soprattutto, non si genera più da sé.
Crescendo, impariamo che l'arte è roba da Caravaggio, da Picasso, da artisti geniali morti da secoli. O, al massimo, da quei pochi "scappati di casa" che hanno il coraggio (o la pazzia?) di pensarsi talentuosi, di non volere un lavoro vero, di fare il liceo artistico o addirittura l'Accademia.
Per tutti gli altri, l'arte è qualcosa che si va a vedere. In pinacoteca. Alle mostre. Nei musei.
Ma noi? Noi non creiamo più.
Abbiamo imparato che per disegnare serve talento. Che se non sei "portato" è meglio lasciar perdere. Che l'arte non è per te.
E così, un foglio bianco diventa intimidatorio. I colori restano chiusi nei cassetti. Le mani che a tre anni scarabocchiavano con gioia ora non sanno più dove mettersi.
Arte A4 si contrappone esattamente a questo paradigma.
Con lo slogan "L'arte è di tutti" e l'invito "Imbratta un A4", si afferma una cosa molto semplice: non serve talento, serve voglia.
Non si tratta di diventare artisti. Si tratta di riappropriarsi di un linguaggio che ci è stato sottratto. Di recuperare la possibilità di generare, di esprimere, di lasciare un segno senza dover giustificare il perché.
Imbrattare un foglio non è un gesto artistico. È un atto di fiducia verso il proprio io interiore.
Quando si riprende in mano i colori dopo anni – magari decenni – succede qualcosa di inaspettato.
Non serve essere bravi. Non serve saper disegnare. Non serve "avere l'occhio". Serve solo lasciarsi andare.
Nel momento in cui si spalma il rosso su un A4, nel momento in cui un segno nero attraversa la carta, nel momento in cui si mescolano blu e giallo e si vede nascere il verde – sì, lo si sapeva, ma vederlo accadere sotto le proprie mani è diverso – ci si riconnette con una parte di sé che si credeva perduta.
Non si tratta di nostalgia dell'infanzia, ma di ritrovare un linguaggio.
Perché l'arte non è solo per chi sa dipingere. L'arte è per chi vuole sentire.
Sentire le proprie emozioni prendere forma. Vedere i propri pensieri diventare segni. Lasciare che qualcosa di interno esca fuori, senza bisogno di parole, senza bisogno di spiegazioni.
Quando Arte A4 dice "imbratta un A4", non sta invitando a diventare artisti.
Sta invitando a fidarsi del proprio io interiore. A credere che si può generare qualcosa. Che le mani sanno fare, anche se la testa dice di no. Che non serve un motivo, non serve un risultato, non serve che sia "bello".
Serve solo che sia proprio.
L'arte, in questo senso, diventa diritto. Non privilegio. Non lusso riservato a chi ha talento.
Diritto di esprimere. Diritto di creare. Diritto di lasciare un segno.
Quando è stata l'ultima volta che abbiamo imbrattato un foglio senza chiederci se eravamo "portati"?
Quando è stata l'ultima volta che abbiamo creato qualcosa solo perché ne avevamo voglia?
L'arte è di tutti.
Basta riprenderla.
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